Per inviarci segnalazioni, foto e video puoi contattarci su info@moto.it
Potremmo dire che lo Schwalbe della Simson sta alla Germania un po' come la Vespa sta all'Italia. Perlomeno ad un certo tipo di Germania, quella della DDR per intenderci, dove il moped tedesco è diventato un pezzo di identità collettiva ed ha rappresentato la motorizzazione post-bellica.
Per i più giovani che non ne hanno mai sentito parlare, la "rondine" era un ciclomotore a due tempi prodotto a Suhl, in Turingia, che con i suoi 1.176.640 esemplari costruiti tra il 1964 e il 1986 e detiene ancora oggi (e chissà per quanto tempo nei secoli a venire) il primato di veicolo motorizzato a due ruote più prodotto nella storia tedesca. Insieme al modello S51, lo Schwalbe continua a circolare come frammento vivente della vita quotidiana nella DDR, un pezzo di Est che ha resistito alla riunificazione e all'usura del tempo.
Non è infrequente incontrarne uno per le vie di quella che fu la Germania Est e anche chi vi scrive ne ha visti diversi in prima persona da quelle parti. Ad ogni modo, fiin qui è una bella storia di motorismo popolare. Ma oggi - come apprendiamo da diversi siti tedeschi e dai colleghi di Motorrad - i motorini della Simson si trovano al centro delle polemiche politiche, perché? Il problema è che qualcuno ha deciso di trasformare questi ciclomotori e motorette in uno strumento politico proprio per sfruttare ciò che ha rappresentato al fine di accreditarsi presso alcuni strati della popolazione e ottenere consensi.
Da mesi il partito di destra AfD (Alternativa per la Germania) utilizza le immagini dei ciclomotori Simson nella propria campagna elettorale in Turingia. Il leader regionale del partito, Björn Höcke — noto alle cronache per le sue posizioni revisioniste sul nazionalsocialismo e per aver definito il Memoriale della Shoah di Berlino una "vergogna" — si è fatto fotografare più volte in sella a un Simson e sono stati organizzati anche tour dedicati agli appassionati rigorosamente da fare assieme al leader politico. In diversi parlamenti dei Länder orientali, AfD ha presentato proposte per riconoscere il marchio come patrimonio culturale immateriale, presentandolo come emblema di "libertà, indipendenza e individualità".
L'operazione ha una sua logica politica: i motorini Simson evocano la nostalgia dell'Est, un sentimento ancora potente nelle regioni della ex DDR, dove l'AfD raccoglie i suoi consensi più solidi. Un ciclomotore come simbolo di radici, identità, resistenza culturale. Funziona — almeno finché non si va a controllare chi ha davvero fondato la Simson.
L'azienda fu fondata nell'Ottocento dai fratelli Moses e Loeb Simson, una famiglia ebrea che costruì a Suhl prima una manifattura di armi, poi si espanse nei veicoli, arrivando a sviluppare persino la vettura da corsa Simson Supra. Nel 1936, sotto il regime nazista, la famiglia fu costretta a cedere l'impresa e a fuggire negli Stati Uniti. Un esilio forzato che segnò una frattura definitiva con la Germania.
Durante la DDR, lo stabilimento fu nazionalizzato come VEB Fahrzeug- und Jagdwaffenwerk "Ernst Thälmann" e arrivò a produrre fino a 200.000 ciclomotori all'anno. Il nome Simson rimase sui serbatoi — la storia dei suoi fondatori, no.
Il dettaglio più amaro lo racconta Dennis Baum, portavoce e discendente della famiglia, oggi residente negli Stati Uniti: «La mia famiglia parlava raramente dei beni lasciati in Germania. Sapevo vagamente che a un certo punto c'era stata un'azienda». Fu solo nel 1990, viaggiando verso Suhl dopo la caduta del Muro, che intuì quanto quel nome fosse sopravvissuto: «Eravamo bloccati dietro un autobus e sul retro c'era la pubblicità di uno scooter chiamato Simson Schwalbe».
Dopo la riunificazione, i discendenti della famiglia avviarono una lunga battaglia legale per riottenere i beni. Alcune proprietà tornarono in seno alla famiglia; la Simson no. Lo stabilimento passò alla Treuhandanstalt — l'ente che gestiva la privatizzazione delle aziende dell'ex DDR — e tra gare, ricorsi e cambi di proprietà, la produzione cessò definitivamente nei primi anni Duemila. Agli eredi rimase il diritto sul marchio, non la fabbrica. La Treuhand liquidò la famiglia con 18,5 milioni di marchi.
Oggi Baum lascia aperta una porta: «Se un giorno qualcuno volesse far rinascere la produzione a Suhl con il nome Simson, può chiamarmi e chiedermelo».
Ma di fronte alla strumentalizzazione da parte dell'AfD, i discendenti della famiglia hanno preso le distanze con parole nette. Baum ha dichiarato all'agenzia dpa: «Troviamo ripugnante qualsiasi collegamento con l'AfD e lo consideriamo un insulto al nostro nome. Rifiutiamo con decisione le ideologie estremiste e non accetteremo che il nostro nome venga strumentalizzato».
La risposta di Höcke? Ha liquidato le critiche come «isteria dei simboli» e ha definito «strana» la posizione della famiglia. Una scelta di parole che, considerato il contesto, dice già molto.
La polemica sui motorini Simson finisce per raccontare qualcosa di più ampio: come i simboli popolari — anche quelli apparentemente innocui — possano diventare terreno di scontro identitario e infine politico. Il ciclomotore di Suhl è parte autentica della storia della Germania dell'Est. Ma quella storia include anche la persecuzione della famiglia che gli ha dato il nome, la fuga, l'esilio, e un tentativo di restituzione andato a metà. Usare la Schwalbe come simbolo politico senza fare i conti con tutto questo non è nostalgia: è semplicemente una riscrittura selettiva della storia.