Il calcio e gli altri sport: professionisti e… dilettanti

Il calcio e gli altri sport: professionisti e… dilettanti
L’esclusione della Nazionale dai mondiali - la terza consecutiva! - lascia un cattivo sapore in bocca. E il presidente del calcio Gravina, quando cerca di giustificare il disastro della sua gestione, peggiora le cose con affermazioni avventurose e in qualche modo anche offensive per gli altri sport
1 aprile 2026

Il calcio nel baratro, un altro mondiale senza la nazionale italiana e per la terza volta di seguito. Difficile accettare una disfatta del genere quando siamo capaci di primeggiare in tante discipline sportive come nel mondo dei motori.

La sconfitta inflittaci dalla Bosnia è l’ennesimo atto di un’agonia: un fallimento però che non è soltanto tecnico, ma anche politico e gestionale. Intervistato dal Corriere dello Sport, il presidente della FIGC Gabriele Gravina, invece di ammettere gli errori che gli vengono attribuiti, è scivolato sulla differenza tra professionismo e dilettantismo. Il calcio è uno sport professionistico mentre gli altri sono dilettantistici…

"L'Italia vince in altri contesti e non nel calcio? Il calcio - ha dichiarato Gravina - è uno sport professionistico e gli altri sono sport dilettantistici, occorre fare dei rapporti sulla base di equità. Perché negli sporti dilettantistici si possono adottare misure diverse, tipo l’impiego di giovani all’interno dei tornei. E altri sport sono “di Stato”, con tanti atleti dipendenti di stato. Sappiamo di essere in un momento di grande crisi che richiede una riflessione generale, ma non spetta solo alla federazione, anche alla politica italiana che immediatamente accelera sulla richiesta delle dimissioni… Invece io vorrei chiedere disponibilità a sostenere la crescita del movimento. E così vale per il blocco delle norme nazionali e internazionali che ci impediscono di fare delle scelte”.

Tecnicismi, forse anche ragionevoli e realistici sotto molti punti i vista, ma che suonano sgradevoli quando Gravina dichiara di essersi sempre assunto le sue responsabilità. Nel mondo del calcio non si condivide la tesi, viceversa le sue dimissioni sarebbero arrivate da tempo…

“La responsabilità oggettiva è mia - ha detto - ma ci sono riflessioni che non devono andare a intaccare il lavoro e la dignità di chi ha lavorato duro, come tutto lo staff e i ragazzi. Chiedo rispetto!”

Il presidente della FMI, Giovanni Copioli, prende le distanze

Il palazzo del calcio si barrica dietro un’arroganza fuori tempo massimo? Pare di sì, anche perché dare del dilettante a fior di campioni non è soltanto un errore, ma un insulto al merito e alla realtà. C’è un’Italia che vola, che sfida la fisica e che vince con una fame che mette i brividi. È l’Italia che abbiamo visto questo weekend: quella di Marco Bezzecchi, tornato a danzare da fuoriclasse in MotoGP e di un’Aprilia che ha dimostrato al mondo il genio di Noale. È l’Italia di Nicolò Bulega e della Ducati in Superbike, è l’Italia di Andrea Kimi Antonelli in Formula 1 o di Guido Pini in Moto3.

Quella del pallone è un’altra Italia, purtroppo per i tanti appassionati. E di fronte all'evidenza di un’Italia multisportiva che vince ovunque - dai motori al tennis di Sinner, dallo sci all'atletica - il Presidente della FIGC ha scelto la via della trincea burocratica. Abbiamo voluto sentire in proposito il presidente della FMI e vice della FIM, Giovanni Copioli. Dilettanti e professionisti?

“Qualcosa Gravina doveva pur dire, ma credo - ci ha risposto Copioli - che la realtà sia sotto gli occhi di tutti: da anni andava fatto un cambio di rotta completo, il calcio va riformato e Gravina dovrebbe trarre le conclusioni. Poi è vero, sul piano dello statuto tutti i nostri sport sono fatti di dilettanti, le nostre federazioni rappresentano le società sportive. I calciatori sono professionisti? E’ vero e guadagnano anche moltissimo, dunque a maggior ragione ci si dovrebbe aspettare di più. Personalmente ho un buon rapporto con Gravina, ma questa uscita poteva risparmiarsela”.

Dilettanti? Bisognerebbe chiederlo al Bez mentre gestisce trecento cavalli piegando a 60 gradi. Bisognerebbe spiegarlo agli ingegneri dell’Aprilia che passano le notti a studiare flussi aerodinamici per guadagnare un centesimo di secondo. Bisognerebbe dirlo a Bulega o a un ragazzo come Antonelli, che a meno di vent'anni sopporta pressioni G e responsabilità industriali che farebbero tremare le gambe a chiunque.

Non appartenere al sistema iper-tutelato (e indebitato) del calcio oggi è un vanto. E se guardiamo ai risultati, l'equità sbandierata da Gravina proprio non esiste: da una parte c'è chi innova, rischia e vince con budget spesso inferiori ai fatturati della Serie A; dall'altra c'è un sistema che vive di rendita, protetto da un'aura di intoccabilità, che però non produce più nulla se non delusioni. I "professionisti" del pallone cercheranno scuse per l'ennesima estate passata a casa, i "dilettanti" del manubrio e del volante continueranno a far battere il cuore di milioni di tifosi.

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