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Le e-fat bike sono biciclette elettriche equipaggiate con pneumatici larghi, o meglio "cicciotti", pensate originariamente per affrontare terreni irregolari ma sempre più diffuse anche in contesto urbano proprio perché si destreggiano bene tra marciapiedi e sampietrini o rotarie del tram. A Milano è pieno, anche perché spesso sono prodotti molto economici. Rispetto a una normale e-bike, hanno però anche massa superiore e una facilità disarmante nell'essere manomesse per superare il limite di assistenza elettrica fissato per legge a 25 km/h. Fatto che abbiamo evidenziato più volte nei nostri servizi. Il risultato? Mezzi che nella pratica circolano spesso a 40, 50, in alcuni casi anche 80 km/h, senza targa, senza assicurazione, senza casco obbligatorio e naturalmente senza pedalare.
In Italia si fanno controlli a campione e si sequestrano i pezzi irregolari con uno sforzo apprezzabile di tutte le forze dell'ordine. Ma il fenomeno è ormai dilagante anche all'estero. Nei Paesi Bassi, infatti, è scesa in campo la politica.
A mettere i dati sul tavolo è stata VeiligheidNL, l'organizzazione olandese per la sicurezza stradale: secondo le sue stime, in un solo anno le e-fat bike hanno causato oltre 5.000 ciclisti feriti e migliaia di pedoni finiti al pronto soccorso. Ma la statistica più preoccupante riguarda la gravità degli incidenti: il 22% dei conducenti di fat bike coinvolti in un sinistro finisce in ospedale, contro il 16% delle e-bike standard e il 13% delle bici tradizionali.
La fascia più colpita è quella degli adolescenti, spesso protagonisti anche dei comportamenti più pericolosi: velocità eccessiva, trasporto di passeggeri aggiuntivi, circolazione nelle aree pedonali e nei parchi.
Il punto non è solo la sicurezza in senso assoluto. Il vero nodo è culturale e infrastrutturale: i Paesi Bassi hanno costruito in cinquant'anni un modello ciclistico unico al mondo, fatto di piste ciclabili dedicate, regole condivise e — soprattutto — una sostanziale omogeneità tra i mezzi in circolazione. Le fat bike rompono questo equilibrio perché introducono velocità e masse incompatibili con l'ecosistema delle due ruote muscolari e delle e-bike convenzionali. Non è un problema di fastidio estetico: è una questione di compatibilità fisica tra veicoli sullo stesso spazio. Di rispetto di quelle regole che mantengono la convivenza civile.
A tutto questo si aggiunge che il successo di questi modelli non è solo dovuto alla loro indiscutibile praticità, ma anche al fatto che ci sono tanti modelli di produzione cinese a prezzi decisamente più bassi delle analoghe ebike proposte dai costruttori più ligi al rispetto delle regole. Al di là di una questione di mercato, viene perciò da chiedersi anche come queste fat vengano prodotte, con che tutele per lavoratori e per clienti e con quali componenti. A cominciare dalle batterie che sappiamo essere un elemento delicato e potenzialmente anche pericoloso. Che certificazioni offrono questi costruttori? E cosa succede quando queste e-fat bike vengono manomesse o riparate alla bell'e meglio?
Nell'attesa che il parlamento nazionale (Staten-Generaal) approvi un divieto a livello federale — atteso entro la fine dell'anno — diverse amministrazioni locali si sono già mosse autonomamente:
Nel nostro Paese la situazione è ancora in una fase di gestione reattiva: controlli a campione, sequestri dei mezzi modificati e qualche multa. La normativa vigente prevede che le e-bike con assistenza oltre i 25 km/h o con potenza superiore a 250W siano classificate come ciclomotori — ma la verifica sul campo resta sporadica. Basta fare un giro per Milano...
Il problema, però, non riguarda solo le fat bike manomesse. Come abbiamo raccontato poche ore fa analizzando i dati ANCMA sul mercato 2025, sul mercato italiano circolano quantità crescenti di veicoli venduti come e-bike che con una bicicletta elettrica a norma condividono ben poco: motori sovradimensionati, acceleratore a mano, velocità ben oltre i 25 km/h previsti dalla legge. In sostanza, ciclomotori spacciati per bici — con tutto ciò che ne consegue in termini di sicurezza stradale e concorrenza sleale verso chi le regole le rispetta. Le fat bike modificate sono, in fondo, solo la versione più visibile e ingombrante dello stesso fenomeno.
Se il modello olandese — il più strutturato d'Europa — non riesce a gestire il fenomeno con gli strumenti ordinari, è lecito chiedersi quanto tempo abbiano ancora a disposizione gli altri Paesi prima di trovarsi nella stessa situazione.