Dietro le quinte della MotoGP: Aurelio Longoni

Dietro le quinte della MotoGP: Aurelio Longoni
Giovanni Zamagni
Aurelio Longoni è un personaggio straordinario, una sorta di “Robin Hood” del motociclismo, sempre pronto a dare una mano a tutti, specie ai team con meno possibilità economiche | G. Zamagni
30 maggio 2013

Punti chiave

 

Nel paddock lo conoscono tutti, non solo perché frequenta i GP da oltre trent’anni, ma soprattutto perché Aurelio Longoni è un personaggio straordinario, una sorta di “Robin Hood” del motociclismo, sempre pronto a dare una mano a tutti, specie ai team con meno possibilità economiche o chi è in difficoltà. Nei box e sulla griglia di partenza lo vedi controllare la catena di qualsiasi moto, non solo quelle della Regina, la nota azienda italiana per la quale ha sempre lavorato, ma anche quelle della concorrenza, perché Aurelio è fatto così: se può aiutarti, lo fa, sempre con il sorriso sulle labbra. Non esiste al mondo un altro come lui.


Nome e cognome?
«Aurelio Longoni».


Nato dove e quando?
«Dolzago (Lecco) 11 giugno 1950».


Qual è la prima gara di moto che hai visto?
«Una gara di motocross, in Veneto, nel 1974: ero stato assunto in Regina da 15 giorni. Il mio maestro, il signor Villa, alle 8 del mattino, mi mise una tuta della Regina e mi disse: “Ragazzo, stia qua e prenda nota di chi monta le catene Regina”. Mi lasciò là fino alle 7 di sera, poi mi disse: "Non va male"».


Come sei arrivato alla Regina?
«Lavoravo di giorno e mi sono diplomato alla sera in perito meccanico. Facevo l’operaio e quando ho preso il diploma, la Regina cercava un giovane che affiancasse il tecnico che stava andando in pensione. Mi hanno fatto un test, mi hanno chiesto se mi andava bene girare per il mondo e mi hanno preso».


Che lavoro fai esattamente?
«Seguo il reparto corse della Regina, ma ho avuto la fortuna di poter seguire tutto all’interno dell’azienda: controllo qualità, ufficio tecnico, produzione, laboratorio. Conosco l’azienda a 360°».


Ai GP cosa fai?
«Noi naturalmente forniamo il materiale e controlliamo che tutto venga montato correttamente. Quando succede un problema alla catena, può essere qualcosa dovuto ai materiali – in ogni catena ci sono almeno 600 parti differenti -, oppure può essere stata applicata male».


Quanti team seguite nel motomondiale?
«20 piloti in Moto3, 22 in Moto2, 9 in MotoGP. Ogni turno, ogni volta che una moto scende in pista vado a controllare che sia tutto a posto, a volte lubrifico io stesso la catena, perché se la tieni bene lubrificata hai una maggiore scorrevolezza, se non lo fai, puoi anche arrivare a perdere un cavallo di potenza. Anzi, con una catena asciutta senza O-Ring (gli anelli di tenuta del lubrificante che vengono utilizzati soprattutto sulle catene da strada, NDA) puoi anche perdere 2-3 cavalli».


Entri ed esci più o meno da tutti i box; immagino che tu veda cose che noi “umani” non possiamo vedere…
«Sì, è così. Ma la prima cosa che mi ha detto il mio maestro è stata: “Lei starà tanto in questo ambiente se entrando nei box guarda solo la catena”. Io infatti entro e non faccio caso a nientr’altro: potrebbero anche mettere il motore girato di 90° e non mi accorgo… Naturalmente vedo delle cose, ma per correttezza professionale è come se non avessi visto niente. Se c’è una catena nuova dei miei concorrenti, dopo un quarto d’ora l’ho già notata, ma le altre novità tecniche non mi interessano».


Ma ti è capitato di vedere qualcosa di veramente strabiliante? Magari, dopo tanti anni, lo puoi rivelare…

«Sì, mi ricordo quando la Honda passò dal 3 al 4 cilindri, quando ancora nessuno lo sapeva».


Sai che ti ho soprannominato Aurelio “Robin Hood”, perché ti ho visto a volte prendere le catene dai “ricchi” per darle ai “poveri”!

«Dall’esterno sembra un mondo “dorato”, ma ci sono tantissimi team che fanno molta fatica: per questo, quando è possibile, cerco di recuperare il materiale. Dico sempre: non buttate via la catena. Ci sono delle squadre che la cambiano dopo una gara: la prendo e la do ai team con meno possibilità, prendendomi la responsabilità in prima persona».


Quante gare può fare una catena?
«Nella MotoGP viene usato per l’intero fine settimana: per sicurezza, viene cambiata ogni 500-600 km, ma potrebbe arrivare tranquillamente a 1000-1200 km. Nella Moto3 fanno un paio di gare, ma potrebbe arrivare a 1800 km: ultimamente, con tutta la pressione che c’è, si tende ad anticipare la sostituzione, ma se viene montata e lubrificata correttamente, si può utilizzare più a lungo senza problemi».


Da che anno sei nel motomondiale?
«Dal 1974».


Quanti mondiali hai vinto con le catene Regina?
«La Regina, fino a oggi, ne ha vinti 303, io, direttamente, ne ho contati più di 240…».


Sei uno dei pochissimi che lavora in tutti i settori delle moto: motomondiale, superbike, motocross, ma anche enduro e speedway; proviamo a confrontare un po’ queste categorie.
«Nella MotoGP ci sono tanti investimenti e una grande attenzione mediatica: a volte le persone che lavorano lì si sentono un po’ troppo importanti. Ripeto sempre: manteniamo i rapporti, perché quando usciamo dal cancello, non abbiamo più il pass e siamo tutti uguali! Nella SBK sono tutti molto più alla mano e nel motocross ancora di più. Comunque, in generale, in tutti e tre i settori si trovano grandi appassionati».


Che consiglio daresti a un ragazzo che vorrebbe fare il tuo lavoro, o qualcosa di simile?
«Intanto gli deve piacere, perché i sacrifici sono tanti. Se hai una famiglia è dura, perché stai via tanti giorni: personalmente devo ringraziare mia moglie che mi sopporta da più di 30 anni, lei ha fatto da mamma, ma anche da papà delle mie figlie. Quindi, fai questo lavoro solo se ti piace e ti senti portato, non farlo per “obbligo”».


Raccontaci qualche aneddoto.
«200 miglia di Imola del 1975: Teuvo Lansivuori (pilota finlandese, vincitore nel 1974 del GP di Svezia con la Yamaha 500, NDA) arrivò in circuito con sua moglie, in auto con la moto caricata sul carrello. Scaricano la moto, montano la tenda e entrambi si mettono a lavorare su motore e ciclistica: arrivò terzo. Un vero mito, un ricordo straordinario. Come ricordo come se fossi oggi quando il grande Barry Sheene, a Phillip Island, mi corse incontro e mi disse: “Ho un tumore”: da pelle d’oca. Ma anche Marco Simoncelli, di cui ho seguito la carriera fin dall’inizio: questa è la parte brutta del nostro lavoro. Poi ci sono gli aspetti belli, come la prima “hospitality” inventata dagli amici di Loris Reggiani: arrivavano alle corse con un furgoncino Ford con tutte le prelibatezze preparate dalle mogli. Preparavano un banchetto e tutti quelli del paddock andavano lì a mangiare».


Che rapporto hai con i piloti di oggi?
«E’ molto più difficile, perché hanno qualcosa da fare dal mattino presto alla sera tardi. Però, fortunatamente, riesco ancora ad avere un minimo di relazione, sono amico di tutti. Mi piacciono molto i ragazzini della Moto3: se ti interessi a quello che fanno, si entusiasmano e ascoltano i tuoi suggerimenti».


A proposito di suggerimenti: danne uno ai motociclisti di tutti i giorni.
«La catena va sempre lubrificata, anche quelle con gli O-R, ogni 600-800 km: si possono utilizzare gli spray in vendita, oppure l’olio del cambio 80/90, pulendola poi bene il mattino successivo. Se si fa così, si fanno un sacco di chilometri».

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