Pagine di Storia

Settant'anni fa Tenni e Varzi. Poi lo stop alle gare

- Primo luglio 1948: sul circuito di Berna, nello stesso giorno, scomparvero due grandi assi del motorismo italiano. Una crudele coincidenza. Omobono Tenni era il mito della Guzzi, Achille Varzi quello dell'Alfa Romeo. Da allora, in Svizzera, lo stop alle gare per auto e moto
Settant'anni fa Tenni e Varzi. Poi lo stop alle gare

Nei primi anni Trenta anche in Svizzera si dotarono di un circuito, inizialmente  pensato per le corse motociclistiche ma poi utilizzato e diventato molto famoso anche in ambito automobilistico. Questo circuito, realizzato alla periferia di Berna, si sviluppava in una ampia zona boschiva per una lunghezza di quasi otto chilometri e aveva una bellezza e un fascino particolari. La sua spettacolarità era  dovuta al continuo alternarsi di salite e discese, curve strettissime,  brevi rettilinei; era caratterizzato da un manto stradale irregolare, anche con qualche tratto di pavé, e gli spazi aperti e assolati improvvisamente si chiudevano sotto l’ombra degli alberi, che arrivavano sino al bordo pista senza protezioni.

Il circuito aveva preso il nome di Bremgarten dall'area verde in cui era incastonato e diventò rapidamente uno dei circuiti più amati dai piloti di auto e di moto, che lì potevano dimostrare tutto il loro coraggio e la capacità di guida; fu teatro di sfide epiche in campo automobilistico tra Mercedes, Auto Union, Bugatti, Maserati e Alfa Romeo. 

 Un significativo scorcio del Bremgarten con Caracciola su Mercedes
Un significativo scorcio del Bremgarten con Caracciola su Mercedes

 

Quanto alle moto, ho notato una rassomiglianza sia del disegno sia della tipologia di pista con il tracciato del TT nell'isola di Man. Scorrendo l'album delle vittorie vedo che dal '31 al '54, anno dell'ultima gara disputata su quel circuito, nelle classi 350 e 500 hanno vinto soltanto i piloti inglesi, che evidentemente si trovavano a proprio agio e riuscivano ad esprimersi al meglio con le loro  Velocette, AJS, Moto Guzzi, Gilera e Norton. Impressionante la serie delle loro vittorie.

Partenza delle 250 sul pavé bagnato nel'51 con Ruffo (Guzzi 12), Ambrosini (Benelli14), Grieco (Parilla24)
Partenza delle 250 sul pavé bagnato nel'51 con Ruffo (Guzzi 12), Ambrosini (Benelli14), Grieco (Parilla24)

 

L'ultima gara per moto e auto disputata su quel circuito e in Svizzera ebbe luogo nel 1954: l'anno successivo, sull'onda dell'emozione e dello sconforto provocato dalla tragedia alla 24 Ore di Le Mans - dove a causa della uscita di strada della Mercedes di Pierre Levegh morirono ottantadue persone, e altre cento rimasero ferite - ogni gara fu bandita dal territorio elvetico. L’eco della tragedia aveva turbato così profondamente l’opinione pubblica di tutto il mondo che le autorità di Germania, Belgio, Spagna e appunto Svizzera, decisero di mettere al bando le gare motoristiche.
E se negli altri Paesi  questa decisione fu di carattere temporaneo e finalizzata al miglioramento della sicurezza dei circuiti e dei regolamenti, e ben presto si tornò a gareggiare, in Svizzera si sancì a termini di legge la proibizione assoluta, che tutt'ora perdura, ad organizzare gare motoristiche sul territorio nazionale. 

Il circuito di Bremgarten per noi italiani è però legato a due tristi avvenimenti: la scomparsa, proprio tra quelle curve, di Omobono Tenni e Achille Varzi. Il primo rappresentava, specie per i “guzzisti”, il fenomeno assoluto e il campione per definizione; il secondo era un grande pilota di auto, famoso per aver conteso successo e popolarità a Tazio Nuvolari.

Tenni il mito, “l'uomo venuto dalla terra dei Cesari” in gara al TT di Man
Tenni il mito, “l'uomo venuto dalla terra dei Cesari” in gara al TT di Man

               

Due piloti così diversi in tutto. Tenni modesto, riservato e quasi schivo, che si trasformava in sella diventando qualcosa di incredibile per coraggio e determinazione: lui era alla costante ricerca della velocità, dell'andare più forte di tutti, e si riprometteva di smettere solo quando avesse realizzato di non essere il più veloce. Varzi era affascinante, elegante, amato, l'idolo di tanti, sempre misurato e bello da vedere in gara, dove rappresentava il perfetto contraltare di Nuvolari, che aveva nella guida irruente e nelle sbandate “controllate” (mai viste prima) il suo stile di guida.

Per una assurda casualità e coincidenza, entrambi ebbero un incidente in prova, perdendo la vita a poche ore di distanza l'uno dall'altro e quasi nello stesso tratto di pista, nel corso di una kermesse motoristica di quattro giorni. Il primo fu Tenni. Era in prova con la nuova Guzzi bicilindrica 250, che confidavano potesse sostituire il modello Albatros già piuttosto datato.

 La Moto Guzzi 250 bicilindrica di Tenni
La Moto Guzzi 250 bicilindrica di Tenni

                                        

Dopo una lunga sessione con questa moto, Omobono tornò ai box e chissà perché volle provare anche il suo Albatros che già conosceva alla perfezione. Le due moto erano molto diverse, il bicilindrico era più alto in tutto, pedane comprese, l'Albatros aveva invece il baricentro basso ed era bassa pure di pedane. Tenni partì, fece un primo giro e dopo la salita nella curva veloce piegò deciso come al solito, ma la pedana puntò a terra in un avvallamento, e il suo pilota venne sbalzato fatalmente contro uno dei tanti alberi al limite della pista.  Come spesso succede in questi casi, emersero i perché e i se: perché volle provare una moto che conosceva benissimo, e se ci fosse stato qualcuno a sconsigliarlo...

Ma andò così, e lì si rinforzò il mito del coraggioso uomo buono: “nomen omen”, nel nome il destino. La Guzzi in segno di lutto ritirò le sue moto ufficiali dalle gare, anche se Lorenzetti partecipò in forma privata alla 250 vincendola con la sua “special” con telaio Gambalunga. Conseguentemente alla scomparsa di Tenni, la Guzzi decise l'accantonamento del progetto 250 bicilindrico, la moto di cui il grande pilota aveva cominciato a curare lo sviluppo sin dall'esordio in pista.

Poi, nel tardo pomeriggio, il tristissimo finale di una giornata da dimenticare. Achille Varzi scese in pista con la sua Alfa Romeo 158 anche per provare un nuovo tipo di occhiali da pioggia, si fermò ai box insoddisfatto, li cambiò e ripartì. In rettilineo, mentre era in fase di sorpasso, a causa della pista bagnata l'auto perse l'aderenza, si girò e in testa coda risalì il terrapieno al fianco della strada per poi ribaltarsi. Un incidente che sembrò banale, tutti si aspettarono che Varzi sbucasse da sotto la vettura ancora con le ruote all'aria che giravano: ma purtroppo, lui rimase incastrato li sotto. La sua elegante e flemmatica figura non comparve più sulle piste del mondo.

L'Alfa 158 di Varzi dopo l'incidente
L'Alfa 158 di Varzi dopo l'incidente

 

Tutto questo avvenne il 1° luglio 1948. Dopo pochi giorni, il 4 luglio, anche il pilota svizzero Kautz con la sua Maserati perse la vita sullo stesso circuito; una scomparsa che contribuì a far montare un sentimento popolare contro le competizioni, al punto che qualche anno dopo, anche in seguito all'episodio di Le Mans, una petizione di sessantamila persone spinse il governo federale a proibire per sempre le gare sul territorio elvetico.

Augusto Borsari


L'autore
Augusto Borsari è un ex giramondo per lavoro e un grande appassionato della storia della moto, soprattutto quella dagli anni Quaranta ai Settanta. Una febbre che lo ha preso fin da piccolo: il padre era concessionario Moto Guzzi a Finale Emilia, provincia di Modena.
La pagina facebook di Augusto è un pozzo di storie, ricordi e considerazioni sul mondo delle corse.

  • carlo.caroni, Albavilla (CO)

    bell'articolo,come sempre,ma titolo"rate'"e molto fuorviante,dato che le corse in Svizzera furono proibite dopo la sciagura di Le Mans,come scritto nel testo,e non dopo la morte dei due fuoriclasse come nel titolo.
  • Quagmire, Pescara (PE)

    Concorrere nell'incrementare, per quanto possibile, i margini di sicurezza della pista, piuttosto che bandire le competizioni, sarebbe stato più utile per tutti.
    Di certo avrebbe contribuito a migliorare le cose, nel senso più generale del termine.

    Per il resto..il rischio residuo di questo nostro sport non sarà mai zero e finchè ci saranno libero arbitrio e consapevolezza non si potrà far altro che accettarne le conseguenze..anche purtroppo quelle tragiche..
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