Puch Maxi S 2T cinque cilindri 350

Puch Maxi S 2T cinque cilindri 350
Se pensavate che il mondo dei motorini truccati si fosse fermato al classico "settanta" Polini con il carburatore del 19, preparatevi a ricalibrare i vostri parametri di follia meccanica.
18 maggio 2026

Prendete un Puch Maxi S della fine degli anni '70 – sì, l'onestissimo ciclomotore monomarcia a pedali che ha fatto muovere intere generazioni – e infilateci dentro cinque cilindri a due tempi. Il bello? Non è un trapianto da una moto grossa, ma un Frankenstein folle ottenuto unendo cinque motori da 70 cc l'uno, per una cilindrata totale di 350 cc. Una roba del tutto illogica, ed è proprio per questo che la amiamo.

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Dietro a questo delirio c'è la firma di Uwe Oltmanns, un tedesco che di giorno prepara auto da accelerazione (gente che mastica pane e dragster) e di notte si trasforma nello scienziato pazzo dei ciclomotori d'epoca.

Tecnicamente la faccenda è pazzesca. Oltmanns ha accoppiato i primi tre motori inferiori tramite un albero centrale comune. E gli altri due? Sono montati sopra e collegati agli altri tramite due trasmissioni a cinghia indipendenti. Roba che se la spieghi a un ingegnere della motorizzazione gli viene un ictus.

E non pensate che la ciclistica sia stata lasciata al caso. Il telaio in lamiera stampata originale è rimasto lì, ma dietro fa bella mostra di sé un forcellone in alluminio che arriva dritto dall'Aprilia RS 125 R da Gran Premio – quella con cui Ralf Waldmann vinse il Mondiale nel 1993. Il tutto è collegato a un monoammortizzatore da mountain bike nascosto nel telaio e a un cerchio in magnesio a tre razze della PVM. All'anteriore? Stessa storia: forcella WP della GP di Waldmann tenuta insieme da piastre di sterzo ricavate dal pieno al CNC direttamente nell'officina di Uwe.

La chicca giornalistica che fa capire il personaggio è il faro anteriore. Leggenda vuole che Uwe sia tornato a casa alle cinque del mattino dopo una festa memorabile. Folgorato da un'ispirazione divina (o dai fumi dell'alcol), si è messo al computer della macchina a controllo numerico e ha fresato un gruppo ottico basato sulla tecnologia a prismi della BMW Z8. Poi è andato a dormire. Il giorno dopo, svegliatosi col mal di testa, è sceso in officina e si è stupito da solo di quello che era riuscito a creare. Un genio.

Veniamo alle note dinamiche, quelle che ci piacciono. Come va questo Puch 350? Male, anzi malissimo. È letteralmente un inferno termico e acustico: fa 127,5 decibel di urlo a due tempi (roba da perforare i timpani) e scalda così tanto che rischi l'evirazione chimica dopo due metri.

Ma la parte migliore è la procedura di avviamento. Niente pedivella, niente bottone. Uwe fa girare la ruota posteriore su un rullo per avviare il primo motore. Quando questo è caldo, rilascia la frizione del secondo motore usando una chiave inglese, e così via per il terzo, il quarto e il quinto, finché il mostro non prende vita tossendo fumo azzurro. E per spegnerlo? Non c'è la chiave e non c'è l'interruttore. L'unico modo per zittire la belva è staccare a mano, una a una, le cinque pipette delle candele mentre il motore gira. Roba da rimanerci attaccati con la scossa.
Questa non è una moto, è un monumento all'anarchia meccanica.