rubrica letteraria

I racconti di Moto.it: "La crisi aziendale"

- Cravatta, quella executive. Vestito da manager faccio sempre un figurone. Tic. Oggi alle dieci in punto ho l’incontro finale per definire i dettagli per l’acquisizione della Moto Rizzo...
I racconti di Moto.it: La crisi aziendale


Cravatta, quella executive.
Vestito da manager faccio sempre un figurone.
Tic.
Oggi alle dieci in punto ho l’incontro finale per definire i dettagli per l’acquisizione della Moto Rizzo; gli ultimi sforzi e poi avrò la gestione di un marchio storico e glorioso. Ho le capacità, i soldi, la passione, la volontà: figurati se non risano una fabbrichetta di motociclette destinata al fallimento.
Arrivo in fabbrica in perfetto orario: mi stendono letteralmente tappeti d’oro e mi chiamano “Dottore”.
Tic.
Mi presento: sono Antonio Riccobono, fino a ieri un illustre signor nessuno, oggi, grazie alla passione per la moto, quella vera che ti scorre nel sangue, multimilionario in predicato di entrare in possesso di una famosa Casa Motociclistica.

Grazie alla mia passione ho messo a punto un piano durante le infinite, notturne, discussioni sui forum dei principali siti motociclistici dove gli utenti non si spiegano il baratro in cui si trova la Moto Rizzo, nonostante produca moto belle e veloci. Purtroppo, i numeri sono quelli che sono e le vendite non danno sufficiente ossigeno all’azienda: poche moto ma ben fatte, una clientela appassionata e selezionata anche dall’elevato costo ma la concorrenza giapponese ha tragicamente invaso nottetempo la nicchia di mercato della Moto Rizzo e le ha dichiarato guerra senza fare prigionieri. Qui, se non ci penso io, portano i libri in tribunale e chiudono le porte dello stabilimento di Viale Zampelosche. Ci vuole qualcuno con idee, ma soprattutto denaro, per mettere la situazione a posto. E chi può vantare una competenza approfondita e sensibile, una diligenza nel seguire il mercato e indovinarne i movimenti più nascosti e impercettibili, un contatto con il pubblico quotidiano che rende il fedele polso della situazione ma soprattutto cinque milioni di Euro per evitare il fallimento? Io, no? Chi altri?
Tic.

Innanzitutto oggigiorno concentrarsi su pochi modelli e sul classico motore 1400 cinque cilindri a stella è limitante. Ci vuole una moto da 8000 Euro e un motore più piccolo e meno costoso. Punto primo: progettare un nuovo motore o comprarlo dai giapponesi per costruire una moto entry-level da vendere come il pane.
Un altro erroraccio è montare tutta quella componentistica raffinata su una moto per fighetti da bar che notoriamente non ne percepiscono il pregio ed è tutta sprecata. Punto secondo: razionalizzare gli allestimenti limitando i costi di produzione.
Su Internet, poi, si fa un gran parlare dell’assistenza ufficiale un po’ latitante, piccoli inconvenienti mai risolti, noie ricorrenti che gli stessi meccanici della casa sono riluttanti a sistemare. Dalla mia indagine condotta sui forum, ho verificato che l’unico meccanico ufficiale che sa veramente il fatto suo è un tale di Sassari, Porceddu. Punto terzo: mettere Porceddu a capo della rete di assistenza; lui saprà come garantire la soddisfazione del cliente, non l’ho ancora contattato ma vedrete che non mi dirà di no.
Punto quarto, si capisce: insediarmi a capo dell’azienda e mandare via a calci quei cialtroni che l’hanno rovinata.
Tic.

La formosa segretaria mi apre la porta della sala riunioni dove è asserragliato il management aziendale, l’Ingegner Rizzo in persona, i rappresentanti sindacali e il presidente della provincia. Sono sedici occhi puntati su di me e pieni di aspettative su quello che sto per dire.
- Cari Signori, buongiorno.
Si alzano tutti in piedi ed è un tripudio di “piacere!”, il festival del “felice di conoscerla”; si sprecano i “ma che bella cravatta!” mentre la segretaria mi fa gli occhi dolci e posa una bottiglia di Ty Nant sul tavolo da riunione.
- allora, direi di cominciare subito. – dico, tanto per spezzare il ghiaccio.
- Ma che dice, caro Dottor Riccobono, si rilassi un attimo e…Clara, porta un caffè e un cornetto per il Dottore! Si sieda, Dottore, per parlare di affari c’è tempo. – l’Ingegnere mi guarda come se vedesse Gesù Cristo appena sceso dalla croce.
Il presidente della provincia prende la parola:
- Ma lo sa che siamo tutti rimasti di stucco quando lei ha depositato la cauzione di cinque milioni di Euro in tribunale per fermare la procedura di fallimento?
- Ha di certo coraggio e lungimiranza imprenditoriale e da vendere, Dottore! – chiosa l’Ingegnere.
Nel frattempo Clara arriva solerte con caffè e cornetto; io, dopo una fugace e quasi involontaria occhiata alla generosa scollatura, mi trovo in imbarazzo; mangiare davanti a tutti loro sarà fuori luogo? Vabbè, ho fame.
- Dottore, se permette ne approfitto per illustrarle le nostre richieste e i nostri punti di vista su come operare la ristrutturazione aziendale. – stavolta è il sindacalista che parla.
- Signor Cineselli, lasci in pace il Dottor Riccobono mentre fa lo spuntino! – lo riprende vezzosamente la Dottoressa Marcetta che non ho capito che ruolo abbia in azienda, ma vi assicuro che è un bel vedere.
- Non si preoccupi, anzi parliamo subito di affari. – prendo l’iniziativa, posando la tazzina del caffè vuota sul vassoio. Il tavolo si gela. Tutti tornano quelle sfingi di prima del mio arrivo e io, tic. Gelo.
Ancora tic, maledizione.
Il gelo diventa polare.

Da quando ho vinto ventisei milioni al superenalotto ho un tic: toccare il portafoglio; per farlo devo alzarmi dalla sedia, mettere una mano dentro la tasca posteriore dei pantaloni e poi tirare fuori il portafoglio, controllarlo e riporlo: impiego non più di tre o quattro secondi.
Gli astanti si guardano in faccia col punto di domanda stampato in mezzo agli occhi; tutti, tranne il presidente della provincia con lo sguardo fisso sulla sua Mont Blanc, guardano l’Ingegnere che mormora qualcosa; poi tutti e otto si alzano dalla sedia e tirano fuori il portafoglio dalla tasca, lo guardano e lo ripongono; le donne, imbarazzate, fanno finta di avere i pantaloni e il portafoglio.
- Prego, Dottor Riccobono, siamo felici di poter ascoltare il suo piano di rilancio. – la voce ferma dell’ingegnere riporta tutto alla serena normalità.

Pensavo che avrei visto cadere le mascelle del mio uditorio, invece ho suscitato emulazione, magari diventa pure il gesto del cambiamento, lancio una moda; ora che ci penso questo può diventare un simbolo che accomuna tutte le persone che vogliono cambiare qualcosa nella loro vita, che vogliono il successo, realizzare i propri sogni, persone che credono in quello che fanno e sanno che un giorno o l’altro qualcosa li porterà in vetta ai propri progetti! Gente come ero io prima di vincere al superenalotto, insomma. E se faccio anche delle magliette col simbolo di un omino stilizzato che si tocca la tasca posteriore dei pantaloni e una artistica scritta “RICCOBONO – enlarge your dreams”? Geniale! Mi faccio ospitare in qualche talk show e poi partecipo pure all’isola dei fumosi!
- Ehm, data la critica situazione dell’azienda, il mio piano consiste in pochi ma fermi cardini: primo punto…
Mi piace sentirmi parlare. Mi piace vedere questi otto sprovveduti che hanno affossato una casa motociclistica sperare in me, nell’uomo della provvidenza, nel miracolo. Bastava avere voglia e soldi e io li ho entrambi. Che spettacolo! Rizzo mi osserva in estasi, Cineselli in adorata speranza, il Presidente della Provincia annuisce compiaciuto, gli altri consiglieri prendono appunti in silenzio. La Marcetta scrive qualcosa al portatile che ha innanzi, probabilmente una relazione o un verbale dell’incontro in corso.
Ogni tanto mi guarda, mi lascio osservare consapevole del mio appeal su di lei, birbantella...


Caro, scrivo questa mail durante la riunione per l’acquisizione della fabbrica da parte di quel geometra di cui ti dicevo. Questo signore avrà si e no trentacinque anni, veste come un commesso viaggiatore e si è presentato qui con una faccia di bronzo che non ti dico. Si vede subito che non ha mai studiato gestione aziendale e che i rapporti sindacati-azienda non sa nemmeno cosa siano; sembra che abbia una infarinatura del tutto generale di come va il mercato delle motociclette e non sa nemmeno i nomi dei nostri fornitori. Poverino, mi fa tenerezza. Ha un tic assurdo, poi ti spiego.
Stamattina prima che arrivasse abbiamo fatto una riunione e l’ingegnere ha detto: “è il candidato perfetto: non sa nulla di nulla, si crederà in capo all’azienda mentre farà un errore dopo l’altro; ci avrà risanato il bilancio, manterrà i nostri posti di lavoro, si accollerà tutti i debiti presenti e futuri e in capo a due anni ne avrà fin sopra i capelli; a quel punto ricompriamo noi l’azienda ad un decimo del costo necessario oggi per risanarla. Dovete assolutamente assecondarlo, blandirlo, accontentarlo in tutto e fargli credere di essere un grande imprenditore, bello e figo. Dai che ce la facciamo!”.
A quel punto io, che ho già avuto la decurtazione dello stipendio del 30% mentre invece l’ingegnere continua a collezionare auto d’epoca, mi sono arrabbiata e ho detto chiaramente che la nostra dignità vale più delle poltrone che occupiamo e se l’attuale consiglio di amministrazione ci ha portato sulla soglia del fallimento la colpa è solo della sua inadeguatezza, dei ruoli chiave dati a parenti e amici e della litigiosità tra i sindacati e l’ingegnere! Li ho avvertiti, scrivo una lettera al sito di informazione motociclistica più seguito in Italia e almeno preservo la mia immagine professionale da ulteriori danni. Sapessi come mi sono sentita bene, in quel momento.
Poi, il Presidente della Provincia mi ha preso in disparte e approfittando della pausa caffè mi ha parlato come un padre: “Ma lei lo sa, cara Marcetta, quanti posti di lavoro vengono a mancare se la Moto Rizzo fallisce adesso, a sei mesi dalle elezioni? Si rende conto che il suo dissenso non ha fondamento? Se Riccobono se ne va, dove lo troviamo un altro così? Gli uomini sbagliano, le aziende vanno in crisi ma si trova sempre un modo per sistemare le cose… Lei, per esempio, di che si occupa? Gestione del personale? Molto bene! Ma lo sa che all’assessorato abbiamo proprio bisogno di una persona come lei? No, non deve abbandonare l’azienda! Si può fare anche un contrattino di consulenza, così… a progetto. Sono centomila Euro l’anno per tre anni, di più non possiamo fare ma sono sicuro che è solo un punto di partenza, cara Marcetta”.
Giulio, che faccio. Non posso mica lasciare a casa più di cento dipendenti, no? Il mio senso di responsabilità è più grande della mia rabbia. Mi si impone una riflessione per valutare pienamente tutti gli aspetti del problema e non posso considerare soltanto i miei punti di vista. Dammi pure il tuo e decidiamo assieme,
Bacio.
A.
P.S. stasera torno tardi, non mi aspettare.


Tesoro, vai tranquilla e accetta! Tutto cambia in fretta e ciò che un giorno ci sembra scontato non lo è più il giorno successivo! Pensa che proprio stamattina qui all’intendenza di Finanza abbiamo annullato la vincita al superenalotto di ventisei milioni di due settimane fa! Quel tale aveva falsificato la schedina, un ottimo lavoro ma l’abbiamo smascherato, ora rischia la galera e fai conto che tra un’oretta i carabinieri lo portano in caserma. C’è da capirlo, la gente ci prova. Provaci anche tu: pecunia non olet.
G.
P.S. quando torni, fai piano.

Antonio Privitera

Immagine dal Web


 

  • landrenesen, Imola (BO)

    Che tristezza!

    Complimenti! E' chiaro che conosci molto a fondo i meccanismi aziendali!
    Non penso sia tutto frutto di fantasia, io stesso di queste tristi storie ne ho viste e vissute.
    La tristezza é che viviamo in queste acque fangose, mi riporti alla realtà di tutti i giorni!
    Perchè non torniamo a parlare di curve, gomme e donne? (ma non le birbantelle in tailleur, dico quelle che di domenica salgono sul sellino posteriore con i jeans a vita bassa!!!)
    Ciaooo
  • motorman66, Besana in Brianza (MB)

    Sestacorda

    ottimo lavoro in poche righe spieghi perfettamente cosa succede nelle grosse aziende.
    Fantastico il politico che usa le solite moine per fare i soldi a spese dell'aziende e per portarsi a letto le più "meritevoli" ;-))))

    complimenti ancora
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