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Il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema degli Stati Uniti (la più alta corte della magistratura federale che detiene il controllo di legittimità costituzionale) ha stabilito che gran parte dei dazi imposti dal presidente Donald Trump sono illegittimi, infliggendogli la prima vera sconfitta in un'istituzione che finora lo aveva quasi sempre assecondato. Un colpo tanto più significativo quanto inaspettato, visto che Trump stesso aveva contribuito a plasmare quella Corte nominando tre giudici conservatori durante il suo primo mandato.
Il nodo tecnico-giuridico è preciso. Trump aveva costruito l'intera architettura tariffaria del suo secondo mandato — i famosi dazi del "Liberation Day" annunciati il 2 aprile 2025 — su una legge del 1977 nota come International Emergency Economic Powers Act (IEEPA). Quella norma attribuisce al presidente la facoltà di affrontare "minacce straordinarie" in caso di emergenza nazionale, ed era stata concepita originariamente per limitare i poteri presidenziali dopo i dazi imposti da Richard Nixon durante la crisi di Bretton Woods. Trump l'aveva invocata per rispondere a due presunte emergenze: il traffico di droga da Canada, Messico e Cina, e i cronici deficit commerciali americani.
Il problema, secondo la Corte, è che quella legge non fa alcun riferimento esplicito ai dazi. E i dazi — come le tasse — sono competenza esclusiva del Congresso, non del presidente. I giudici sono stati lapidari: "I Padri fondatori affidarono solo al Congresso il potere di imporre tariffe in tempo di pace." Con quella formula, l'intera architettura tariffaria crolla.
La sentenza è passata con sei voti a favore e tre contrari. Un dettaglio politicamente esplosivo: tra i sei che hanno votato per bocciare i dazi ci sono anche tre giudici dell'ala conservatrice, inclusi Amy Coney Barrett e Neil Gorsuch, entrambi nominati da Trump stesso, e il presidente della Corte John Roberts, nominato da George W. Bush. A difendere i dazi, paradossalmente, sono rimasti in minoranza i tre giudici più conservatori: Clarence Thomas (nominato da Bush padre), Samuel Alito (Bush figlio) e Brett Kavanaugh (nominato da Trump).
Ciò che solleva la sentenza è anche un altro punto importante sul piano politico oltre che economico: chi paga davvero questi dazi? Su questo punto vale la pena fermarsi, perché la narrazione della Casa Bianca è sempre stata distorta. Come sottolinea anche l'economista Carlo Cottarelli sul Corriere della Sera, i dazi non li pagano i Paesi esteri: li pagano le imprese americane che importano merci. Quelle stesse imprese trasferiscono poi il costo sui consumatori finali, cioè sui cittadini degli Stati Uniti. Un'analisi di JP Morgan sui bilanci aziendali conferma questa dinamica: da marzo 2025, i costi sostenuti dalle PMI americane per pagare le tariffe doganali sono triplicati. In sostanza, Trump ha imposto una tassa occulta agli americani spacciandola per punizione verso i competitor stranieri.
Sempre come riporta Cottarelli sul Corriere, "il reddito delle famiglie americane è cresciuto meno dell’1,5%, ben sotto il tasso di inflazione. E i conti pubblici restano un problema. La Corte suprema non ha detto nulla sulla necessità di restituire agli importatori americani i dazi pagati, ma partiranno probabilmente controversie legali in proposito e ci sono di mezzo centinaia di miliardi di dollari".
Questo meccanismo aiuta a capire perché i sondaggi si stiano deteriorando proprio sui temi economici. Secondo un'indagine Ipsos commissionata da Abc News e Washington Post (condotta tra il 12 e il 17 febbraio su oltre 2.500 cittadini e quindi prima della sentenza della corte), il 60% degli americani disapprova l'operato di Trump, un tasso record nel suo secondo mandato — per trovare un dato simile bisogna tornare al giorno dell'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. La disapprovazione è più forte proprio sui temi che Trump aveva usato come cavalli di battaglia: inflazione (65%), dazi (64%), relazioni estere (62%). Il tasso di approvazione è scivolato dal 45% all'inizio del mandato all'attuale 39%.
La risposta della Casa Bianca è stata immediata e prevedibile. Trump ha firmato nuovi dazi globali del 10% su tutti i Paesi con effetto quasi immediato, invocando questa volta la Section 122 del Trade Act del 1974, che consente tariffe fino al 15% ma per un periodo massimo di 150 giorni e con vincoli stringenti di motivazione economica. Non contento, il giorno successivo ha ulteriormente alzato l'asticella, annunciando dazi al 15%. Il presidente ha attaccato frontalmente i giudici che hanno votato contro di lui — compresi i "suoi" Barrett e Gorsuch, accusati di essere "influenzati da poteri stranieri" — mentre elogiava chi aveva votato a favore dei dazi. Il tutto preannunciando di avere "un piano di riserva". La Casa Bianca ha già fatto sapere che i dazi rimarranno uno "strumento essenziale" per la politica commerciale americana.
Sul fronte dei rimborsi, la situazione è un rebus da centinaia di miliardi. Dal Liberation Day ad oggi, il Tesoro americano ha incassato circa 240 miliardi di dollari in entrate tariffarie. Gli economisti del Penn-Wharton Budget Model stimano un rischio rimborsi tra i 175 e i 200 miliardi di dollari. Il segretario al Tesoro Bessent ha già fatto capire chiaramente che quegli importatori probabilmente non rivedranno quei soldi — aprendo scenari di contenziosi legali che si annunciano titanici.
A Bruxelles, la notizia ha trovato terreno fertile per il caos diplomatico. L'accordo di Turnberry — siglato in estate tra Trump e Von der Leyen in Scozia, che prevedeva l'azzeramento dei dazi UE sui prodotti industriali americani in cambio di tariffe al 25% sulle merci europee — è ora in una zona grigia. La logica giuridica è semplice: se quell'intesa fu negoziata sotto la pressione di dazi oggi dichiarati illegittimi, ne vengono meno anche le condizioni che la giustificavano. Il voto previsto all'Europarlamento per il 24 febbraio è stato rinviato.
La Commissione europea ha scelto i toni della diplomazia cauta ma ferma congelando i termini dell'iter. Il portavoce per il Commercio Olof Gill ha dichiarato che Bruxelles resta in contatto con Washington "per ottenere chiarezza sulle misure che intende adottare", sottolineando come "i dazi, quando applicati in modo imprevedibile, minano la fiducia e la stabilità dei mercati globali". Traduzione: non rompiamo, ma non firmiamo nulla finché viene fatta chiarezza da parte degli US. "La situazione attuale non favorisce la realizzazione di scambi commerciali e investimenti transatlantici 'equi, equilibrati e reciprocamente vantaggiosi', come concordato da entrambe le parti nella dichiarazione congiunta Ue-Usa. Un accordo è un accordo. In qualità di principale partner commerciale degli Stati Uniti, l'Ue si aspetta che gli Usa onorino gli impegni", si leggeva nella dichiarazione di Bruxelles.
Sul tavolo c'è anche lo Strumento Anti-Coercizione, il cosiddetto "bazooka" europeo — uno strumento che consentirebbe all'UE di bloccare l'accesso al proprio mercato di 450 milioni di consumatori ai Paesi che esercitano pressioni indebite sui suoi membri. Nella sua forma più estrema, sarebbe un colpo devastante. Il problema, come spesso accade in Europa, è trovare l'unanimità politica per azionarlo: in questo momento la Francia è favorevole, mentre Italia e Germania non lo sono.
La sentenza è oltremodo rilevante perché ridimensiona strutturalmente di colpo il potere negoziale di Trump sul commercio internazionale. Senza la possibilità di alzare dazi a piacimento con effetto immediato tramite IEEPA, qualsiasi nuova tariffa richiederà percorsi più lunghi, più vincolati e più contestabili in sede giudiziaria. Un conto è minacciare dazi immediati, un altro è minacciare dazi che potrebbero entrare in vigore dopo mesi di iter legale. Si tratta di uno di quegli aspetti che in genere distinguono un regime autoritario da una democrazia.
Sul piano politico interno, la sentenza segna il primo vero scontro frontale tra la Corte Suprema e un'amministrazione che aveva abituato l'opinione pubblica a marce trionfali, a non chiedere niente a nessuno. Con le elezioni di midterm all'orizzonte, e i sondaggi che parlano di un presidente sempre più percepito come "scollegato dalle principali preoccupazioni del Paese" (almeno secondo il 64% degli intervistati), la guerra commerciale rischia di trasformarsi in un boomerang che colpisce chi l'ha scatenata e per la prima volta consente all'Europa di puntare i piedi.