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Si chiamava Antonio, Antonio Mellino, ma tutta Italia lo conosceva come “Agostino o’ pazz”. Così si faceva chiamare nel Settanta, quando sfidava vigili e polizia in sella alla sua Gilera 125 elaborata. Impennava in lunghi monoruota, correva forte lungo i Quartieri spagnoli e poi scappava. E’ deceduto nella sua Napoli a 72 anni, lo scorso 4 dicembre. Il soprannome lo aveva scelto personalmente perché ammirava Giacomo Agostini.
Nel settembre del 1970 alla fine lo arrestarono: troppi disordini in città tra chi accorreva a vederlo, troppo famoso lui per potersi nascondere a lungo. E però la sua fama destò l'attenzione del regista Umberto Lenzi, uno degli esponenti principali del filone cinematografico "poliziottesco" negli anni Settanta. Mellino fu ingaggiato come stuntman e tra l’altro lavorò nel 1971 nel film "Un posto ideale per uccidere", protagoniste Ornella Muti e Irene Papas. Ma lavorò anche per Ettore Scola e Liliana Cavani.
In seguito, Antonio Mellino si era reinventato antiquario e aveva le sue botteghe in piazza Girolomini, non lontano dall'opera di Banksy “Madonna con pistola”. Su Il Mattino di Napoli, Giovanni Chianelli lo racconta con tanti dettagli. Nell’ambiente del cinema incontrò anche l’attrice Agostina Belli, con cui apparve in sequenze motociclistiche che alimentarono voci su un flirt.
Fu lo specialista delle cadute a Cinecittà, lavorò tre mesi nella produzione statunitense “I guerrieri del mondo perduto” e secondo alcuni fu una delle ispirazioni per il personaggio di “Troppo forte” di Carlo Verdone. Tentò poi la strada del circo con Heller Togni e si dedicò anche agli spettacoli comici, in cui comparve talvolta un giovanissimo Massimo Troisi.
Furono quattro le “nottate di Napoli” che divennero cronaca. Tra il 23 e il 26 agosto 1970 migliaia di persone si riversarono in centro per assistere alle sue acrobazie.
Pietro Gargano raccontò che i “ragazzini si arrampicavano ai pali della luce per dare notizia del suo arrivo, nacquero ingorghi. Ma lui non si presentò: sapeva che lungo le strade lo attendevano oltre settecento tra poliziotti e carabinieri, pronti a fermarlo per una vicenda legata a motori modificati. La folla reagì, nacquero scontri con lanci di sassi e cariche, e il risultato fu pesante: 56 feriti, 59 arrestati e 232 fermati”.
Mellino fu catturato solo il 18 settembre, non era in moto ma in auto con amici. Non aveva precedenti, la condanna fu leggera: “Ma quel periodo al Filangieri mi fece capire che la vita è bella”, ricordò. La sua figura divenne il simbolo di una Napoli in cui i ribelli finivano spesso per trasformarsi in icone popolari. Ancora oggi chi domina una moto viene etichettato come un “nuovo Agostino ’o pazzo”.
Negli ultimi decenni Antonio aveva cambiato rotta. Padre di cinque figlie, si era dedicato all’antiquariato aprendo attività nel centro storico, nella zona in cui era cresciuto e dove è morto. La passione per la moto non si era mai spenta, la leggendaria Gilera 125 era rimasta sotto al suo palazzo.
“E chi l’ha lasciata mai, ho anche una Kawasaki e una Guzzi 350. Quando le bambine erano piccole comprai un sidecar per portarle, invece della carrozzina”.
Con il tempo, però, aveva iniziato a lanciare messaggi di prudenza: “In moto viene l’eccitazione e invece l’importante è la sicurezza. Lo dico ai giovani: rispettate il codice, mettetevi il casco perché può salvare la vita”.