riflessioni

"Quel gran genio del mio amico"

- Lo cantava Battisti negli anni 70, quando c’erano meccanici esperti, ingegnosi ed appassionati. E oggi, nell’era dell’elettronica, ci sono ancora questi geni dei motori?
Quel gran genio del mio amico

"Quel gran genio del mio amico, lui saprebbe cosa fare, con un cacciavite in mano fa miracoli". Erano gli anni 70, le giapponesi erano arrivate da poco, ma i sogni dei giovani motociclisti erano popolati anche da qualche moto italiana. C’erano ancora le Laverda, le Aermacchi, le Morini e le Benelli- Motobi. Io acquistai proprio un Motobi 250 dotata del monocilindrico dalla forma ad “uovo”. Qualche graffio ed ammaccatura, ma “il motore va bene”, mi aveva tranquillizzato il vecchio proprietario. La utilizzavo per andare al lavoro, da Settimo Milanese a Boffalora Ticino. Con il sole o con la pioggia, era il mio unico mezzo di locomozione e l’alternativa era il pullman. Tutto andò bene per quasi due mesi quando il Motobi iniziò a “singhiozzare”. Sembrava si dovesse spegnere, ma poi ripartiva. Nel tempo il problema tendeva a peggiorare. Primo meccanico: smontaggio del carburatore e pulizia dello stesso. Sembrava tutto risolto, invece il giorno dopo il problema si ripresentò. Senza preavviso, la moto sembrava si spegnesse, come se qualcuno avesse tolto la chiave dal quadro, ma proprio quando si stava per fermare il motore si riaccendeva. Da impazzire. Secondo meccanico: regolazione puntine platinate e messa a punto generale. Dopo varie prove sembrava che finalmente andasse tutto bene. Tutto risolto? Neanche per sogno, implacabile come una tassa, dopo qualche ora il problema si ripresentò. Ero a metà tra l’esaurimento nervoso ed una tristissima rassegnazione. Una mattina mentre mi recavo al lavoro ecco un nuovo spegnimento. Questa volta sembrava non ne volesse sapere di ripartire. Combinazione volle che mi fermassi proprio in prossimità di un elettrauto. Mi avvicinai all’officina e fuori, seduto su di uno sgabello c’era il proprietario. Persona anziana, con la sigaretta su un lato della bocca. Dopo un cenno di saluto iniziai a spiegargli cosa mi stesse succedendo, ma lui mi interruppe subito. “Ti ho visto arrivare e fermare” mi disse con voce tenue, ma con tono deciso. “Metti la mano sotto il serbatoio”. Ero alla disperazione e quindi, anche se alquanto scettico, seguii le sue istruzioni. “Senti che c’è una bobina? C’è una ghiera in bachelite ed un filo. La ghiera si è allentata ed il filo si muove. Spingi dentro il filo, serra la ghiera e riaccendi la moto”.


Aveva ragione. La ghiera si era allentata ed il filo faceva contatto solo a tratti. Bastava una buca per allontanarlo dalla bobina ed interrompere il flusso di corrente, che si sarebbe ripristinato magari con la buca successiva. Il mio stupore venne cancellato solo dalla felicità di aver trovato e risolto il problema “Le devo qualcosa?” chiesi al vecchietto. Dal suo silenzio capii che bastava un grazie, che naturalmente gli rivolsi ammirato. Un mago? Un genio? Non lo so. Cambiai lavoro e strade e non lo vidi più, ma mi rimarrà per sempre il suo indelebile ricordo.


Qualche anno dopo acquistai un altro monocilindrico. Pagandola a rate, acquistai una Aermacchi TV350, robusto prodotto italico dotato del famoso motore monocilindrico con marmitta sdoppiata. Raro caso di uno in due, nel periodo nel quale la moda era per il due in uno, o addirittura per il quattro in uno (Honda CB 400 Four).


Dopo aver impiegato alcune settimane per imparare ad accenderla (monocilindrico senza alzavalvole… chi l’ha avuto sa di cosa parlo) me la stavo godendo alla grande quando alcuni amici mi dissero che a Milano, nei pressi di viale Rembrandt c’era un meccanico che riparava solo Aermacchi. Era considerato il guru delle moto varesine. La mia non aveva problemi, ma decisi che sarebbe stato utile fargliela vedere, anche solo per avere qualche consiglio.


Un pomeriggio mi misi alla ricerca di questa officina. Dopo aver chiesto varie volte a qualche passante (i navigatori satellitari non erano ancora stati inventati) la trovai all’interno di un cortile di “case di ringhiera”. La saracinesca era alzata, ma dentro era quasi buio. Non ero certo che fosse il posto giusto e quindi lasciai la moto accesa ed entrai. Si vedeva poco, ma in fondo al garage c’era una meccanico che armeggiava su un Ala Verde 250, ovviamente Aermacchi.


“Buongiorno”. Nessuna risposta. “Buongiorno, io ho un Aermacchi 350TV…..” Non mi fece proseguire: ”Sta sbiellando” disse il meccanico senza smettere di lavorare sulla 250. Sorrisi e gli dissi “Guardi la moto va bene, volevo solo fare un controllo, un tagliando”. A quel punto smise di armeggiare sulla moto e mi si avvicinò. Capelli lunghi completamente bianchi, tuta (una volta) azzurra ed immancabile sigaretta in bocca. “La tua moto sta sbiellando. Dovresti avere circa 20.000 Km (era vero) e la biella tra poco cede. E’ un difetto delle 350. Io ha fatto una biella rinforzata che risolve il problema. Se me la lasci in due giorni te la sistemo. Costa 150.000 lire”. Detto questo, girò i tacchi e tornò al suo lavoro. Inutile dire che aveva ragione e che gli lasciai la mia preziosa TV350. Dopo l’intervento del guru delle Aermacchi la usai ancora per un anno e poi, essendomi trasferito in Somalia, la caricai su di una nave e me la portai in Africa, dove mi scorrazzò su strade e piste sabbiose per tre anni senza mai il minimo problema al motore. La biella rinforzata resistette alla grande e forse resiste ancora, visto che la vendetti ad un amico prima di partire e non ricevetti mai nessuna lamentela.


Avevo incontrato un altro mago? Forse, ma certamente in quegli anni il meccanico ci poteva mettere del suo. Le moto erano molto più semplici e si potevano non solo riparare ma anche modificare. Non erano (quasi) perfette come lo sono ora e lasciavano spazio ad appassionati meccanici, capaci di risolvere problemi di progettazione o di produzione. Gente dotata di un particolare ingegno, che amava davvero il proprio lavoro. Uomini per i quali il rimettere in sesto una moto, far tornare a ruggire un motore, era una grande soddisfazione superiore anche a quello che poteva essere il loro guadagno, perché spesso più erano bravi e meno si facevano pagare.

Quel gran genio del mio amico con le mani sporche d’olio… ora nelle officine spesso ti accolgono con il camice bianco, pronti a leggere la centralina e a sostituire il pezzo difettoso, ma io rimpiango l’odore dell’olio stantio e le unghie nere dei veri “maghi” delle moto.

  • alexariete, Ravenna (RA)

    Credo che il progresso sia necessario e in un certo senso, inesorabile. Ma ciò che muove una motocicletta più di una centralina è la passione. Occorre che le innovazioni non taglino la passione di avere una moto e di poterci mettere mani quando si cerca di sistemarla o migliorarla. Occorre che la moto sia affidabile e non tecnologica a prescindere. Pensiamo ad un comando dell'acceleratore elettronico detto "ride by wire" e ad un comando meccanico con tradizionale filo d'acciaio inguainato e collegato con una semplice vite o dado. Se si rompe il filo, in un qualche modo si ripara, anche in Africa e si torna tutti a casa con un aneddoto in più da raccontare. Ma se il "ride by wire" si rompe che facciamo? Telefoniamo! Ma se in collina non c'è campo? Proviamo a fermare un passante. E poi non risolviamo il problema direttamente sulla moto, ma ci giriamo intorno prendendo un mezzo di ripiego e andando a recuperare la moto e addio...
    Cose nuove sì! Sempre! Ma vantaggi concreti, non esercizi di educazione tecnica.
    Ciao...e finché c'è strada...
  • Kripton, Milano (MI)

    Le moderne tecnologie, certi clienti arroganti e maleducati e i governi sempre più assetati di tasse ed inutile burocrazia hanno decretato la fine di migliaia e migliaia di bravi artigiani in tutti i campi. Vediamo dove andremo a finire...
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