Intervista

Africa Eco Race. La versione di Botturi (e di Yamaha): festa grande!

- Alessandro Botturi è l’11° vincitore del rally sulle tracce “dell’origine”. Termini, motivazioni, ambiente e, inevitabilmente, paragoni tra la culla e l’America del Sud nelle parole di uno dei nostri campioni più genuini

Lumezzane, Brescia. Missione compiuta. Il gigante è tornato vincitore. Alessandro Botturi ha vinto l’undicesima edizione dell’Africa Eco Race. Di colpo in Italia si è tornato a parlare di Africa, di Rally, di amore per la specialità ambientata nella culla originale. Un po’ di nostalgia e un po’ di futuro. Effetto Botturi. Contagioso. il Pilota più amato. Anche in Sud America, durante la Dakar. Nel “suo” Team di un anno prima, José, Alexandre, Adrien, Jordi, tutti avevano un pensiero e una parola per l’Eroe che stava vincendo, e che poi ha vinto, in Africa. Tutti hanno esultato quando il “Gigante di Lumezzane” ha vinto, tutti gli hanno mandato un pensiero, un SMS, un Whatsapp.
Ed ecco, finalmente, la Versione di Botturi.

Contento?
«Contento. Sì. Ma, ti dico, contento più della scelta che ho fatto che della vittoria, che pure è importantissima, emozionante…».

… della scelta? Che vuol dire?
«Sì. Sono contento della scelta perché correre l’Africa Race invece della Dakar mi ha consentito di riscoprire quello che doveva essere lo spirito originale del Rally-Raid. Ho corso la mia prima Dakar nel 2012, ed era già in Sud America. Oggi ho riscoperto la Mauritania, il Senegal, la partenza dall’Europa, quelle atmosfere e quegli scenari che avevo sognato e che mi avevano portato fino alla Dakar un po’ troppo tardi… quando non era più verso Dakar. Ho riscoperto la Navigazione, quella che conta, la navigazione in solitaria, senza nessuno e senza niente davanti. Tremendo, fantastico. Tutto insieme: il gusto di andare in Moto!».

Africa Eco Race. Una scelta di ripiego perché non eri riuscito a mettere insieme i pezzi della Dakar?
«No, no no. Niente di tutto questo. Per tutta la stagione sono stato in contatto e al lavoro con Yamaha Italia, e alla fine ho capito che ci tenevano che facessi l’Africa Race, più che la Dakar, anche perché c’era anche il legame evocativo con il nuovo Ténéré. L’altra metà della scelta era venuta dal… Merzouga. Ero rimasto male, avevo vinto la quarta Tappa, e hanno cancellato gli ultimi chilometri, privandomi di fatto della vittoria. Brutto da dire, ma ho avuto la sensazione che se non sei ufficiale… insomma mi era rimasto un conto in sospeso con un modo di correre che desideravo più puro, più giusto…».

Il problema dei Map Men, insomma. Se n’è parlato molto anche in Sud America, Benavides ne ha pagato le conseguenze forse in modo un po’ clamoroso…
«Sì, probabilmente Benavides è stato più ingenuo, il problema esiste e magari qualcuno l’ha risolto in altro modo, più astutamente. Quando fai delle regole, più queste sono complicate e tanto più è difficile controllare che vengano rispettate. I Map Man hanno ridotto di molto lo spirito del Rally. Prendi la Maratona. 42 chilometri per il più bravo, 42 per l’ultimo degli amatori. Alla fine è la stessa per tutti. Con il Map Man il Rally non è lo stesso per tutti. All’Africa Eco Race sono stati drastici, determinati a risolvere il problema alla radice. È vietato Google, vietato aggiungere delle note sul Road Book. Se ti trovano una nota in più non sei penalizzato, sei fuori gara. Vai a casa! Capito? Come il doping nel ciclismo. Sei positivo? Fuori! Se le regole sono precise e le sanzioni drastiche vedrai che tutti diventano più attenti. I piloti, i loro Team Manager, le loro Fabbriche!».

Cos’hai scoperto, insomma, all’Africa Eco Race?
«Un sacco di cose, ma principalmente quello spirito dell’Avventura che caratterizza, o che dovrebbe caratterizzare, i Rally. Ho scoperto la relazione con gli Organizzatori. Ti vengono a cercare tutti i giorni, ti parlano, ti chiedono, ti informano su quello che ti aspetta il giorno dopo, chiedono il tuo parere su quello che è successo il giorno prima. È uno spirito di gruppo, di insieme, che non conoscevo. Scopri che è vero, che loro vorrebbero portare tutti al traguardo. Quella sarebbe la loro grande vittoria!».

Come eri organizzato logisticamente?
«Sono andato giù con Massimiliano, il fratello di Mauro Sant, che mi faceva da meccanico, e mi sono appoggiato alla logistica della Squadra di Energia e Sorrisi. Eravamo in otto, con un camion, un furgone e un pick up. Messi bene, direi, ben organizzati e tutto ha funzionato benissimo».

La tua moto. Quale step di evoluzione Yamaha?
«Alla fine avevo l’ultima Yamaha, ma con il motore della Dakar 2018. La versione con motore 2019 era riservata ai Piloti Ufficiali alla Dakar, Van Beveren e De Soultrait».

Parliamo di Africa Eco Race e di Dakar. Ovvero di Rally in Sud America e in Africa. Quali differenze fondamentali hai scoperto?
«Il Rally, la Dakar in Sud America è molto più dura, soprattutto dal punto di vista fisico. Alla Dakar ti svegli a notte fonda per affrontare dei lunghi trasferimenti e quindi la Speciale. Dopo due o tre giorni che ti svegli alle tre e mezza la stanchezza ti resta addosso. Non te ne liberi più. In Africa la Gara è quasi tutta Prova Speciale, si parte spesso direttamente in Speciale e il via della prima Moto viene dato alle sette e mezza di mattina, non appena fatto giorno. Dal punto di vista “ambientale”, anche qui una grandissima differenza, è un'altra Gara. In Sud America c’è gente, tanta gente ovunque, esci dalla Speciale e sei in mezzo a una moltitudine di appassionati, alla popolazione.

In Africa non importa conoscere la Mauritania per ricordare che si è sempre e fondamentalmente da soli. Non dico meglio questo o peggio quello, dico che è diverso. In Africa devi pensare bene anche a come attrezzarti in vista della giornata di Gara, cosa mettere nella giacca e nel marsupio. Cosa portarti sulla Moto. Barrette, acqua, un ricambio, quello che decidi che ti potrebbe servire e che devi scegliere attentamente. Non puoi sperare di trovare nulla per strada, non troverai una sola capanna fino al traguardo e sarai sempre da solo, o con altri Concorrenti che dividono con te l’esperienza della solitudine. Certo, il livello della Gara in Africa, rispetto alla Dakar, è più tranquillo. C’è atmosfera, comunque, gli Organizzatori sono bravi, e dimostrano di essere contenti. Ogni anno migliorano, vedono aumentare il numero degli iscritti. Sono partiti con 6 Moto e oggi eravamo in 51. Il lato umano del rapporto è effettivamente una priorità. Lo vedi anche nelle piccole cose.

È venuta a trovarmi mia moglie, nessun problema per i Pass, e così per il gruppo di amici che decide di seguire il proprio idolo, nessun problema, tutti sono ospiti graditi. Ci pensa Jean-Louis Schlesser a fare gli onori di casa. Sì, due Gare completamente differenti. La Dakar una montagna di difficoltà, Africa Race veramente alla portata, se non di tutti, di un bacino di utenza enormemente più vasto. Vale la pena di ricordare che la prima Dakar che ho fatto era di quasi diecimila chilometri, Argentina, Cile, Perù, e ben 4.800 chilometri di Speciali. Quest’anno solo Perù, d’accordo, 3.000 di speciali, bene, ma nessuno sconto su iscrizioni e costi, Piloti e Assistenze!».

In che punto della tua carriera vogliamo mettere questa vittoria?
«Non pensavo, ma è una Gara che mi ha dato e continua a darmi tanto. C’è la grande soddisfazione di aver vinto, certo, e una grande serenità mentale che deriva dal fatto che mi sono davvero divertito, la sensazione di aver riportato a casa un’esperienza molto bella. Mi serve anche per la visibilità, certo, e non credevo così tanto. Per dirti, alla mia festa, che è diventata una bellissima tradizione, abbiamo il tutto esaurito, e Yamaha mi ha mandato da esporre la Moto nuova di Valentino!».

Yamaha è rimasta al tuo fianco. Anzi, di più…
«Sì, è stata una grande collaborazione. Ho avuto la Moto da Yamaha Europe, il massimo, ma Yamaha Italia ha contribuito con un supporto fondamentale all’operazione, e in fondo nessuno li aveva chiamati a tanto. È stata una bella operazione anche da questo punto di vista, molto intensa e, allo stesso tempo, rilassata. Sono contento per tutti che sia riuscita così bene!».

Che programmi per la stagione, o è presto?
«No, non è presto. Per prima cosa l’Italiano, ma praticamente allo stesso tempo conto di partecipare al Merzouga, che è lì dietro l’angolo alla fine di Marzo».

E per Gennaio 2020? Qualche idea, prima di immergerti nella calca del Seconda Classe di Brescia, per il Bottu Night Show di celebrazione della tua Vitoria?
«Intanto aspetto con grande curiosità il nuovo Ténéré di Yamaha. Chissà che non possa essere un “tema” vincente anche per correre i Rally-Raid. Poi vediamo, per il 2020 non abbiamo nessuna fretta di decidere. Non al momento, direi, lasciate che mi goda il momentum!».

Foto di Alessio Corradini

  • sandrofreddie09, Civitavecchia (RM)

    questa è la vera dakar, quella di una volta... grande Botturi.
  • mamo22, L'Aquila (AQ)

    son contento per la vittoria e per la dedica al suo ex meccanico domenico..
    lo son meno se anche lui, come alcuni giornalisti o forse PR? ecc., da pilota sul finir di carriera (le sue occasioni le ha avute..) entri nel merito di questa rivalita' tra due gare tanto belle quanto differenti per organizzazione, continenti, contenuti tecnici ed agonistici...
    comprendo e posso giustificare che "ognuno tiri acqua al suo mulino" ma non ne condivido il metodo in atto da qualche tempo a sta parte su certi siti e giornali italiani.
    pare proprio una piccola operazione di "guerrilla marketing" e di ripicche personali....
    ed a parer mio, che non ho nulla da spartir con nessuna delle parti in causa, tutto questo porti solamente pochi benefici, offra un'equivoca e poco chiara chiave di lettura di entrambe le competizioni e manchi di rispetto a chi senza tanti sponsor e menate varie riesce a parteciparvi o competere ad alto livello (purtroppo ad oggi di italiani solo un paio e solo nelle moto...).
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