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Nico Vivarelli alla 200 Miglia di Daytona

Vivarelli partirà a giorni alla volta degli U.S.A. per partecipare alla 200 Miglia di Daytona con la Yamaha R6 del team Apex Miami grazie ai consigli di Marchetti ed all’aiuto della sua famiglia | C. Baldi

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Nico ci sorride, spegne la levigatrice e ci fa accomodare nel piccolo ufficio della carrozzeria dove lavora assieme alla sua famiglia. Quando non corre in moto Nico Vivarelli lavora come carrozziere e nel tempo libero si dedica al ciclismo, un’altra delle sue grandi passioni. La Maremma è famosa per il turismo non certo per le corse motociclistiche, ma tra Grosseto e Scansano (la patria del famoso Morellino) c’è una pista di mini moto che ha allevato alcuni mini piloti che sono poi passati alle piste vere e proprie e Nico Vivarelli è il più conosciuto, quello che assieme al pluri campione italiano di mini moto Alessio Chessa ha corso nei campionati nazionali ed internazionali.

«Qui a Grosseto esistono solo il baseball ed il calcio – afferma Nico – mentre le moto piacciono a pochi». E’ uno dei problemi del nostro sport, sommerso da specialità che godono di una maggiore visibilità e per praticare le quali non servono troppi soldi. Ma la passione per le moto è una malattia che non conosce medicine e dopo essersi laureato campione toscano di minimoto, Vivarelli passa alle ruote alte ed al debutto nel Aprilia Challenge è primo degli esordienti e quinto assoluto, in un campionato che vede al via ragazzini che si chiamano Michel Fabrizio, Ayrton Badovini e Michele Pirro. Dalle sport production passa poi alle 125 GP e si mette in mostra nel trofeo Honda e nel CIV.

Il 2005 lo vede debuttare nel mondiale 125 al Mugello come wild card, mentre negli anni successivi, sempre nella ottavo di litro partecipa all’Europeo (terzo nel 2006 e quarto nel 2007) e all’italiano. Ma le due tempi sono in via di estinzione e Nico deve passare alle quattro tempi. Nel 2008 corre nella Coppa Italia 600 Stock e l’anno successivo fa il grande salto nella Stock 1000 FIM Cup. Negli anni si alterna alla guida di Honda, KTM e Kawasaki, ma lo scorso anno a metà campionato conclude in anticipo la sua stagione a causa di alcuni problemi con la squadra. Corre due gare del CIV Supersport con la Triumph del team di Ninetto Suriano, ma poi si ferma e per il 2012 resta a piedi.

Vivarelli: Daytona è un nome magico e gli U.S.A. mi hanno sempre affascinato


«Pensavo fosse la fine della mia carriera – ci confida – e stavo per appendere il casco al famoso chiodo».

E poi?

«E poi ho incontrato per caso Dario Marchetti e ci siamo messi a parlare dell’America e di Daytona. Daytona è un nome magico e gli U.S.A. mi hanno sempre affascinato. Dario mi ha dato alcuni numeri di telefono e qualche indirizzo e-mail e io mi sono messo al lavoro. Già lo scorso anno avevo avuto dei contatti con qualche squadra americana, ma stavo facendo l’Europeo Stock 1000 ed ho dovuto rinunciare. Quest’anno invece sono riuscito a coronare il mio sogno».

Ed è arrivato l’accordo con il team Apex

«Sì. Sono stato a Miami alcuni mesi fa per definire i dettagli del nostro accordo e grazie all’aiuto di qualche amico/sponsor ed all’appoggio della mia famiglia tra pochi giorni tornerò a Miami e da lì a Daytona per la 200 Miglia».

Conosci la pista?
«Mai vista in vita mia. So quello che mi ha raccontato Dario. C’è una parte mista dove la guida fa la differenza, ma poi ci sono i curvoni da fare a pieno gas e radenti il muretto. Per fortuna proveremo il giovedì ed il venerdì precedenti la gara (che si corre di sabato) e spero di riuscire ad imparala in fretta».



Cosa sai della 200 Miglia?
«So che è l’appuntamento più importante per il motociclismo americano. L’anno scorso c’erano circa 100.000 spettatori sugli spalti, molti dei quali avevano raggiunto Daytona in moto. E’ una festa del motociclismo a stelle e strisce. La griglia di partenza è affollatissima e solitamente si parte in 45 o 50 piloti. Sarà un bel casino.
La gara dura quasi due ore, necessarie per completare 57 giri per un totale di quasi 300 km. Una gara massacrante con tanto di pit stop. Ne sono previsti almeno due e ne approfitterò per cambiare le gomme, fare benzina e per bere, visto che solitamente fa un gran caldo e non sono ammesse tute con la cannuccia e la scorta di liquidi. Sto facendo da alcune settimane un allenamento specifico sulla resistenza perché non sarà facile arrivare in fondo».

Finora l’unico italiano che l’ha vinta è stato un certo Giacomo Agostini
«Solo a pronunciarne il nome mi vengono i brividi. Sarebbe fantastico poter scrivere il mio nome accanto al suo, ma sono al debutto e cercherò di fare del mio meglio senza particolari ambizioni se non quelle di divertirmi e di ripagare chi ha avuto fiducia in me.

La speranza è di poter far bene, anche per trovare magari un ingaggio in una squadra americana


Non sarà facile anche perché gli avversari non solo conoscono la pista, ma alcuni di loro sono esperti e veloci come ad esempio Jake Zemke. Mi aspetto un livello abbastanza alto».

Non sarà la tua prima gara extra europea
«No, sarà la seconda. La prima l’ho corsa nel 2007 in Australia. Ho partecipato ad una gara del campionato Australiano 125 a Phillip Island e l’ho vinta. A pensarci ora mi si stringe il cuore perché nella mia squadra c’era anche Oscar McIntyre il pilota che è scomparso proprio a Phillip Island poche settimane fa. Lo ricordo quattordicenne, simpaticissimo e pieno di entusiasmo. Non posso pensare che non ci sia più».

E dopo Daytona?
«La speranza è di poter far bene, anche per trovare magari un ingaggio in una squadra americana. Mi piacerebbe molto fare qualche anno negli USA, non solo per le corse, ma anche come esperienza di vita. Potrei conoscere una realtà nuova e diversa da quella dove sono cresciuto e per quanto riguarda il campo lavorativo potrei scoprire opportunità che in Italia sono più difficili da trovare. Certo per quanto riguarda le competizioni penso sia ormai quasi impossibile per me, che non ho grossi sponsor alle spalle, correre in Italia. Per correre nel campionato italiano i team, per poter far fronte alle spese, mi chiedono cifre improponibili e quindi ora provo a correre all’estero. E tra l’altro non sono il solo, visto che anche Scassa e Polita sono “emigrati” nel British Superbike e proprio Luca è stato un precursore, visto che ha corso un anno in America nell’ AMA Superbike».

In bocca al lupo Nico e ricordati : Italians do it better.
«Farò di tutto per confermarlo! Ciao, un saluto a Moto.it e a tutti i suoi lettori».

 

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